Concorsi. Milano Moda Graduate 2016: la seconda edizione

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Italia patria di mecenati, creativi e arte manuale. Tanti sono stati i maestri del Bel Paese e altrettanti ne esistono oggi e molti, più acerbi, si stanno formando per diventare nuovi ambasciatori del savoir faire italiano. La difficoltà sta nel riuscire a individuarli all’interno di una molteplicità di reti che rendono più complesso il meccanismo di lettura del talento. E allora, ecco che diventano essenziali eventi come Milano Moda Graduate presentata da Camera Nazionale della Moda Italiana e Piattaforma Sistema Formativo Moda, con il supporto di Regione Lombardia ed Explora.

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La manifestazione – giunta alla sua seconda edizione – ha dato spazio il 28 e 29 giugno, presso il Base Milano, a 240 studenti di 16 scuole par excellence di moda italiane tra cui: Accademia Euromediterranea, Istituto Secoli, Naba, Accademia di Brera, Ied Moda e Istituto Marangoni. I laureandi hanno avuto l’opportunità di mostrare le loro collezioni attraverso sfilate, installazioni ed esposizioni. Tutto questo sotto l’occhio attento di una giuria importante composta da personalità come Barbara Franchin (founder di Its), Angela Missoni (direttore creativo di Missoni), Stefan Siegel (creatore e CEO del portale notjustalabel.com) e Sara Maino (senior editor di Vogue Italia e Vogue Talents).

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<<L’obiettivo è stato quello di promuovere l’eccellenza delle scuole di moda italiane dando voce ad ognuna, analizzandone le differenze e raccontando i diversi mondi di appartenenza>>, ha dichiarato il Presidente di Piattaforma Sistema Formativo Moda, Alberto Bonisoli, sottolineando che <<la nostra volontà è quella di mettere in contatto gli studenti e le loro realtà con gli operatori del settore moda>>. Questo spiega il perché del successo della kermesse e la messa in palio di ben sei premi: il Jury Award, quello principale, vinto da Praeploy Sooksawee, proveniente dall’Istituto Marangoni, che si è aggiudicata uno stage presso la maison Missoni, e da Andrea Grassi, studente dell0 Ied che ha ottenuto l’opportunità di un internship da Salvatore Ferragamo. Lineapelle ha decretato invece il successo di Livia Rachel da AFOL Moda e di Youri Choi, dello Ied, per gli accessori. Infine, i due premi assegnati da Vogue Talents sono andati a Maria Martyashkina di Accademia Costume e Moda Min Jihye proveniente dalla Domus Academy.

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Milano Moda Graduate non si è distinta solo per le creazioni dei designer. L’evento ha istituito degli incontri nei quali centrale era la scoperta e il confronto dei molti percorsi didattici che caratterizzano le varie scuole, dove a spiccare non sono solo i corsi per diventare creatori di moda. Ne è convinto Bonisoli il quale sostiene che <<negli ultimi anni, ad esempio, la richiesta di figure professionali come il visual merchandiser è notevolmente cresciuta, ed è importante che le scuole sappiano rispondere alle richieste delle aziende: la gran parte degli studenti trova lavoro subito proprio perché siamo attenti al mercato e alle sue esigenze>>.

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Cura dei dettagli su tutti i fronti, voglia di offrire a giovani promesse l’opportunità di esprimere il loro mondo e, infine, un importante confronto per crescere non solo a livello accademico ma anche professionale. Questo è quello che Milano Moda Graduate è riuscita comunicare, a raccontare.

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milanomodagraduate.it

piattaformamoda.it

ph courtesy: press office

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Dicotomia fotografica. Intervista a Gaetano Cartone

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Definire la realtà, scovare lo zeitgeist geografico e sociale di un paese e, infine, vivere della propria passione. Questo è il modus operandi di Gaetano Cartone, classe 1988, che prima di intraprendere la carriera di fotografo ha frequentato un corso di giurisprudenza. Se il 2013 lo vede a Milano per studiare all’Istituto Italiano di Fotografia con una specializzazione in moda e ritrattistica, è invece il 2014 a dargli le basi creative e materiche per realizzare il sui lavoro. Si trasferisce infatti a Tokyo, dove attualmente risiede, ed è rappresentato dalla Mash Management.

Gaetano, quanto del tuo passato nel quale volevi occuparti del mondo, ha inciso sulla tua scelta di diventare oggi un fotografo?

Ho sempre avuto una personalità eclettica e in un certo periodo della mia vita ho pensato di poter far parte di un sistema che potesse aiutare molte persone. Nel mio passato come studente di diritto c’è sicuramente un’indiretta oppressione del mio lato artistico, che, col tempo, si è rivelato più forte di ogni altra cosa. Devo ammettere che sin da piccolo ho avuto il desiderio di esprimermi artisticamente, non solo nella fotografia. Nell’ultimo periodo dell’università non vivevo le mie giornate con serenità: anche se con un buon rendimento universitario, mi sentivo vuoto e demotivato. Di lì a poco ho deciso di intraprendere un percorso artistico più affine alla mia personalità iniziando a frequentare un corso presso l’Istituto Italiano di Fotografia.

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Ti sei diplomato tre anni fa a Milano e oggi sei operativo a Tokyo. Come mai questa scelta?

Ad essere onesti non sono un “otaku” (appassionato di manga e anime, ndr) ma come tutti quelli della mia generazione sono cresciuto a pane e Nutella e, appunto, anime. Stereotipi a parte, sono sempre stato affascinato dal design nipponico: Issey Miyake, Yohji Yamamoto, Rei Kawakubo nella moda con Kenzo Tange e Tadao Ando nell’architettura sono sempre stati fonte di grande interesse così come il mix tra antico e moderno che ha il Giappone, non solo a livello architettonico ma anche culturale. A Milano ho avuto modo di frequentare parecchi giapponesi, grazie ai quali ho acquisito contatti utili per il mio percorso nipponico. Non nascondo che sono sempre stato uno con la valigia pronta.
Penso che ogni artista, ma anche una persona che vive d’altro, debba affrontare esperienze diverse dal proprio quotidiano perché sono essenziali per una propria crescita formativa, creativa, umana. Dopo quasi tre anni a Tokyo ho capito che, come l’Italia, è un paese che amo e che odio allo stesso tempo. È stato molto difficile adattarsi alla società, soprattutto imparare il giapponese ed usarlo in abito lavorativo visto che pochi parlano inglese. Per il momento mi piace stare qui, ma prima o poi tornerò in Europa.

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Quali sono le differenze più interessanti a livello fotografico tra la città in cui vivi, Tokyo, e Milano?

Il Giappone è il paese del consumismo più sfrenato: se un prodotto è “commerciale” allora è buono, se è “artistico”, invece, è inutile. Molti saranno in disaccordo con questa affermazione ma è quello che è emerso dalla mia esperienza nipponica. Fatta questa premessa, a livello di immagine commerciale\pubblicitaria il canone è quasi sempre raffigurato da una ragazzina rigorosamente minorenne o comunque giovanissima che sorride in maniera stupida tenendo in mano il prodotto sponsorizzato. È rarissimo, se non impossibile, vedere immagini con modelle sopra ai 27 anni o modelle con la pelle scura o abbronzata, più alte di 175 cm e con un seno abbondante. Se ha i denti storti, sopracciglia foltissime e un nasone alla Jean Reno ancora meglio. Vedere per credere! Per quanto riguarda le immagine di moda, quella standard e più ricorrente è quella di una modella in una situazione di estrema normalità. Niente pose eccessive, niente trucco pesante, niente acconciatura particolare, nessuna espressione facciale: niente insomma. Prediligono una ragazza bionda che compie delle azioni non “forzate” con una luce naturale, esprimendo così un’atmosfera nostalgica e asettica. I magazine di punta, nel fashion, come Ginza e Spur offrono due o tre editoriali al mese con modelle rigorosamente non asiatiche. Nei credits dei vestiti c’è scritto anche il prezzo, nelle pagine a fianco i negozi di Tokyo dove poter comprare tali vestiti ed è preferita una foto che faccia vedere bene il vestito rispetto ad una foto più incentrata sul “mood”. Insomma dei veri e propri cataloghi! Per quando riguarda invece le foto più artistiche, ci sono due correnti: quella puramente giapponese e quella di derivazione occidentale. La maggior parte dei fotografi giapponesi che lavorano all’estero applicano al loro lavoro un mix tra lo stile occidentale e quello giapponese. Hanno un buon gusto e nel loro mainstream c’è una bella idea di minimalismo. Questo non solo nei fotografi ma anche nei make up artist and hair stylis. Costoro riescono a creare un efficace ibrido tra “naturale” giapponese e “fashion” europeo, direi molto affine allo stile inglese. Parlando invece dei “puristi” giapponesi, qui le cose cambiano decisamente: moltissimi si rifanno ad un’idea di natura che invade l’immagine (e la modella). A volte si ispirano a certi temi classici della letteratura giapponese e dello Studio Ghibli (studio cinematografico di film d’animazione giapponese, ndr). Un altro tipo di immagine che va tanto è la lolita. Penserete a un’immagine per pedofili, eppure ogni settimana si trovano vere e proprie mostre con queste immagini a Tokyo sponsorizzate da note aziende giapponesi.

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Oggi ci sono Instagram e altri social networks che consento a chiunque di scattare e condividere foto. Quali effetti pensi abbiano su chi invece fa della vera e buona fotografia il suo lavoro, il proprio impegno quotidiano?

Penso che tutti dovrebbero vedere positivamente le nuove tecnologie e sfruttarne il loro enorme potenziale.  Anche perché è un processo inarrestabile e in continua evoluzione. Così come la tecnologia ed i mezzi di comunicazione anche il mercato è in perenne evoluzione e il tecnico, l’artista che lavora nel settore non può rimanere indietro tecnicamente. È un discorso molto vecchio nella fotografia: il primo punto di rottura si è registrato con la vendita sul mercato delle macchine fotografiche digitali, poi con i vari tutorials su youtube e, infine, oggi con i vari sharing sui social. Questo ha, da un lato, facilitato la vita del fotografo ma, dall’altro, ha intaccato la professionalità dello stesso. Probabilmente oggi, rispetto all’era analogica, i fotografi sono più approssimativi. Il fatto di non avere un rullino con pose limitate ci permette di sbagliare quasi senza conseguenze. Si pensa più al “ma sì, andiamo e scattiamo mille foto” più che al “ragioniamo su un progetto e scattiamone cento”. Oggi con con una reflex molto economica si può lavorare professionalmente senza problemi. Si possono fare cataloghi, campagne web, grosse stampe ed anche video in alta risoluzione. Tornando al discorso web, in Giappone Instagram è il mezzo più usato anche per fini lavorativi: è una vetrina formidabile, che a fatto guadagnare anche a me molti lavori e collaborazioni. Penso infine che tutte quelle piattaforme come Pinterest, Tumblr, Behance e altri, siano molto utili e che debbano essere sfruttate dai fotografi e artisti emergenti.

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Definirei la tua fotografia “bipolare”. I tuoi servizi di moda sono colorati, saturi, mentre quelli più intimi sono in bianco e nero. Quali sono gli aspetti che ti portano a utilizzare questi approcci diametralmente opposti?

Sono una persona molto eclettica, che ama sperimentare nuove situazioni. Tuttavia dipende sempre dal progetto, dal cliente e dal mood. Per quanto riguarda la fotografia di moda penso che il mio stile “colorato” sia piuttosto recente: ci sono arrivato gradualmente in seguito a varie collaborazioni iniziate l’anno scorso. Perché i colori? Mi è sempre piaciuto giocare con gli sfondi e con le gelatine colorate, creando un buon match con lo styling. È anche un modo per reagire in questa società dominata da un vero e proprio grigio, il cosiddetto “concrete jungle” di Tokyo. Il colore è sentimento, il colore è vita. La parte fotografica più personale è meno satura, più romantica e nostalgica. In questo tipo di immagini c’è quasi sempre uno studio della luce più ricercato. Più che rispecchiare la mia personalità, la quale si rifà allo stile colorato, le mie foto personali si ispirano allo stile di un fotografo che stimo moltissimo: Eugenio Recuenco. Sebbene, purtroppo, il tipo di immagini che realizzo siano lontanissime dalle sue.

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Quali sono i tuoi progetti futuri?

A parte conquistare il mondo, per il momento ho in programma di continuare la mia esperienza nipponica, in modo da sfruttare il più possibile le locations e i designers giapponesi per i miei progetti personali; visitare più città storiche del Giappone e magari anche riuscire a fare un reportage sulla yakuza (organizzazione criminale giapponese, ndr). Yoroshiku onegaishimasu! (Grazie!).

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gaetanocartone.com

ph courtesy: Gaetano Cartone

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Borse made in Italy. Benvenuti a Torino chez Mialuis

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Brio, una nuvola di capelli biondi e dettagli estetici ed espressivi tipici di coloro che possiedono una dote creativa. Grazie a queste qualità è stato facile riconoscere Mariaelena Mallone, designer e fondatrice nel 2010 di Mialuis Torino, tra gli invitati al pranzo organizzato il 22 giugno dal brand in occasione dell’inaugurazione della nuova sede all’interno di una rinnovata palazzina ed ex panificio dei primi del ‘900 in via alla Villa Quiete 2. Lo studio, adiacente a quello di LabdiA -importante laboratorio di architettura piemontese fondato nel 2004 da Mirella Giacotto e Giuseppe Servetti – che lo ha realizzato, è semplice, funzionale e con due sole protagoniste: Mariaelena e le sue borse.

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Dopo un viaggio in macchina grazie a Lancia e un breve aperitivo firmato Martini, la designer e il suo entourage hanno accompagnato gli ospiti alla scoperta del processo creativo che permette, oggi, a Mialuis di essere una piccola ma importante realtà del sistema moda nostrano.

 

Tra campioni di pellame e moodboard, Marielena ha spiegato come vengo realizzate le sue creazioni e ha risposto alle domande dei giornalisti. <<È complicato nel 2016 costruire un’azienda di moda. Bisogna conoscere il proprio target, definire un preciso budget e avere un’ottica commerciale precisa. Sono elementi che non hanno nulla a che fare con la creatività, purtroppo, ma sono coessenziali alla creazione di una realtà sana>>, ha esordito la creativa che rappresenta con la sua personalità e capacità il primo valore aggiunto del marchio. <<Gli altri sono tre: la filiera produttiva tra Parma e Modena, pellami unici e tinti a mano da un maestro del colore e, oltre a Riri che è la nostra borsa iconica e quindi rappresenta un continuativo, prodotti differenziati stagione dopo stagione>>. Così è intervenuto Eugenio Cinnellio capo dell’ufficio finanziario e l’antitesi di Marialena: calmo e razionale.

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Uno degli aspetti più interessanti di poter viaggiare e incontrare realtà come Mialuis nei luoghi dove ogni creazione ha la sua genesi è il fatto di riuscire toccare con mano le materie prime che contribuiscono a rendere unici i prodotti. Lo è, ad esempio, una pelle particolare trovata a Tokyo caratterizzata da un particolare effetto 3d simile, a livello sia visivo che tattile, alla parte inferiore del cappello di un fungo. Questa, insieme a pellami italiani e più tradizionali, sarà presente nella collezione primavera-estate 2017 che verrà presentata al prossimo Mipel. Sperimentazione quindi, ma anche una forte fonte d’ispirazione proveniente da viaggi in mondi diversi culturalmente dal nostro come Cuba e Londra, luoghi a cui è dedicata la prossima collezione. <<Londra è sinonimo di eccitazione creativa, di sperimentazione. Cuba è l’opposto: è il luogo della calma, del pensare lentamente ma, al tempo stesso, è una fonte inesauribile di colori, di sfumature come l’arancio, il blu e il giallo>>, ha raccontato entusiasta Mariaelena. Non mancherà comunque il nero firma pittorica del brand.

 

E per il futuro? <<Vogliamo essere cauti, emergere innanzitutto come marchio di qualità conosciuto per come lavora la pelle>>, ha sottolineato la designer che ha deciso di fondare Mialuis Torino grazie anche a sua madre Maria Luisa la quale, durante i primi anni di attività di Mariaelena, ha pensato di affiancare il diminutivo della figlia (MIA) con il suo (LUIS), coniando così un nome evocativo e pieno di significato che è stato conservato nel tempo. <<Vorremo anche aprire un monomarca più avanti, magari all’estero e in luoghi dove non arrivano tutti privilegiando così una visione “glocal” anche se io, in realtà, sono molto sensibile al territorio e mi piacerebbe proprio che sia Torino la prima città a vendere le mie borse>>.

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Dopo una giornata trascorsa con persone che amano il loro lavoro, che vivono della loro passione è facile rimanere affascinati ed è difficile trarne conclusioni obiettive e razionali. In generale è chiaro che Mialuis sia una realtà italiana di cui andare fieri, con uno scheletro aziendale stabile e preciso e tanta sperimentazione a livello materico. Sembrano però due gli elementi da sviluppare maggiormente: uno studio più attento sull’estetica stessa delle borse e un’ottica più audace sugli obiettivi da realizzare a lungo termine. Ma c’è tempo, perché con queste premesse, è praticamente impossibile che Mialuis Torino non diventi un vero e proprio marchio di riferimento per le amanti delle borse fatta bene e in Italia.

 

mialuis.it

ph courtesy: press office

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Senza tempo. I caftani firmati Caftanii Firenze

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“Oggi un tramonto mi ha messo due lacci di luce intorno al collo. Poi ha tirato forte e, per l’ennesima volta, mi ha folgorato di bellezza”. Così scrive Fabrizio Caramagna e certamente hanno provato la stessa sensazione Ludovica e Ginevra Fagioli, quando hanno fondato nel 2015 il loro marchio di moda: Caftanii Firenze. Proprio durante uno dei tanti crepuscoli infatti, le due gemelle hanno deciso di intraprendere un viaggio alla riscoperta di un capo, il caftano, famoso per la sua eleganza sobria e senza tempo. Una strada che conduce in un mondo fatto di tessuti pregiati, colori, forme e una produzione tutta made in Firenze.

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Ludovica, il vostro brand, Caftanii Firenze, è nato in un momento del giorno molto suggestivo: il tramonto. Cosa vi siete dette in quell’occasione e cosa vi ha spinte a fare il grande passo di realizzare il vostro progetto?

Il tramonto è per noi il momento più “familiare” della giornata, quando la nostra famiglia si ritrova tutta quanta insieme a casa dopo un’intera giornata trascorsa a lavoro o al mare, quando è estate. Siamo tutti molto uniti: ci sosteniamo molto, il che apporta grande forza a tutti noi. Io e Ginevra ci siamo guardate e, cogliendo questa particolare energia data da quel momento, ci siamo dette: <<proviamoci!>>.

Possedete una forte conoscenza dei tessuti, come avviene la selezione di questi quando dovete realizzare una nuova collezione?

Quella per i tessuti è una passione ereditata dalla mamma, appassionata di arredamento, che da piccole ci portava con sé a esplorare un’infinità di stoffe. Dalle tende, ai cuscini per i divani fino ai lini per la tavola. Queste servivano per arredare le nostre case. Al momento della realizzazione di una nuova collezione non ci poniamo limiti: prendiamo in considerazione ogni materiale, colore e pesantezza del tessuto. Ci facciamo guidare da sempre dalle sensazioni che percepiamo quando tocchiamo con mano il tessuto, prediligendo il lino, le tinte naturali e i finissaggi più pregiati.

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Siete gemelle. Avete dei ruoli separati che poi convergono all’interno di Caftanii Firenze o lavorate a quattro mani?

Il concepimento di ogni collezione, sia per quanto riguarda le suggestioni che la definizione delle linee, ci vede impegnate a quattro mani, sebbene alcuni capi rispecchino più me, morbida e amante dei tessuti pesanti, e altri Ginevra, più filiforme ed estimatrice di trasparenze e tessuti leggeri. Nel quotidiano, tuttavia, abbiamo ruoli nettamente diversi e definiti: Ginevra si occupa di tutta la parte amministrativa, mentre io di quella commerciale.

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Quali sono gli elementi che vi hanno portate a creare la collezione per il prossimo autunno e inverno?

Questa stagione rappresenta per noi una grande sfida in quanto il caftano è il capo estivo per antonomasia. Per questo, il nostro autunno e inverno è, più che una vera e propria collezione, una proposta. Il capo che sintetizza il concetto, l’ispirazione per l’inverno che verrà è senza dubbio il nostro dakota: morbido, disinvolto, e versatile. Il tutto è espressione di un fascinoso viaggio in scozia fatto l’estate scorsa.

Quali sono i vostri progetti per il futuro?

Perfezionarci e affermarci restano gli obiettivi fondamentali di Caftanii Firenze.

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ph courtesy: Caftanii Firenze

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Intervista. “Non è tutta colpa del pipistrello”, l’opera prima di Fabien C. Droscor

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Nascondere, celare la parte più profonda di sé. Vivere (e scrivere) con le sembianze di qualcun altro. Un individuo che ci somiglia molto, ma non ci completa totalmente. Non glielo permettiamo. Non è tutta colpa del pipistrello, l’opera prima di Francesco Bordi (direttore editoriale della rivista online culturalismi.com, ndr), scritta con lo pseudonimo di Fabien C. Droscor, è l’unione simbolica della dicotomia tra ciò che è vera cultura e ciò che solo in apparenza sembra esserlo, Batman contro le opere di Zeffirelli e Pasolini, l’effimero opposto al necessario. Un libro cinematografico che racconta le vicende di tre protagonisti più uno: Droscor.

Francesco, quando e perché hai deciso di scrivere il tuo primo romanzo sotto lo pseudonimo di Fabien C. Droscor?

La decisione di scrivere un romanzo tutto mio, senza quindi continuare a realizzare scritti su commissione in qualità di ghost-writer, è arrivata nel momento in cui una buona ispirazione si è insinuata nel mio cervello. La semplice e, forse, leggermente morbosa passione di una mia amica verso un attore americano ha fatto scattare la mia personalissima miccia narrativa intorno alla quale ho costruito un’intera vicenda dolce-amara dalle numerose e variopinte sfumature intimiste. Era venuto il momento di mettere da parte l’attività di “novelliere fantasma” che faceva sorridere (solamente) i miei committenti per dedicarmi ad un lavoro totalmente mio: fatto da me e siglato da me. Era il giugno del 2015 quando firmavo il contratto con la Robin Edizioni. Tuttavia mantenere il mio nome e cognome avrebbe alimentato nuovamente le voglie e le velleità di clienti desiderosi di prestigio ma mancanti di quella capacità di scrittura di cui avrebbero avuto ulteriore conferma proprio nei nuovi titoli librari in uscita. Bene, a quel punto ho voluto stroncare ogni possibile pressione sul nascere. In libreria non mi si trova con il nome e cognome di battesimo, ma solamente con l’anagramma letterario di quel nome e cognome. Mi è bastato questo per sentirmi a mio agio. Per di più, ho sempre trovato estremamente romantica e creativamente funzionale la bella e storica consuetudine dello pseudonimo letterario.

Tre personaggi (Eleonora Savini, Lorenzo Parrini e Donatella Rometti) si raccontano in parallelo a due capitali: Roma e Parigi. Quanto conosci questi luoghi e perché hai deciso di ambientare qui le vicende dei tuoi soggetti principali?

Roma è la mia città e non intendo solamente indicare il luogo che mi ha dato i natali. Ho sempre amato il giallo storico della mia urbanistica ed anche in passato, quando ho avuto più volte la possibilità di sfruttare opportunità lavorative in altre zone d’Italia oppure all’estero che quasi sicuramente mi avrebbero fatto crescere in professionalità e sicurezza economica, non sono mai riuscito a lasciare le passeggiate a Trastevere, le chiacchierate con i baristi, le grattachecche e le battute d’occasione “strillate” a mo’ di botta e risposta quasi teatrale anche insieme a gente mai vista prima. L’unica eccezione che mi ha fatto tentennare (e che tutt’ora mi fa tentennare) è proprio Parigi. Ho vissuto a più riprese per brevi periodi nella Ville Lumière. All’università ho studiato la lingua e la letteratura e nel corso del periodo più lungo in cui ho soggiornato nella capitale francese, durante la stesura della mia tesi di laurea, ho partecipato realmente della quotidianità parigina. Vivevo lì e non ero turista. I luoghi e le atmosfere descritti nel mio libro sono realmente esistenti e devo dire che sono ancora stupendi, entrambi. L’odore dei cibi internazionali nel quartiere latino, il fascino di quella metro così amica dei cittadini, le strade, tutte le strade, che “puzzano di cultura”: sono aspetti che non posso dimenticare e che una grandissima parte di me vuole tornare a vivere.

Leggendo “Non è tutta colpa del pipistrello” mi è venuto in mente il concetto di nausea che Nietzsche definiva come il risultato che scaturiva dall’unione tra solitudine e conoscenza e gli abissi verso cui questa può portare. I tuoi personaggi vivono, nel bene e nel male, nel sapere, ma sempre in bilico tra l’essere dei “super-uomini” e finire calpestati come i personaggi kafkiani. Trovi sia una visione corretta?

Innanzitutto la trovo una visione molto lusinghiera e te ne ringrazio, Ilaria. È verissimo che i miei personaggi conducano vite in bilico. Si struggono tra un intimo forte e ben strutturato che vogliono portare alla luce, ma cozzano così con una società che non permette loro di farlo. Questa dicotomia li porta a disagi esistenziali e culturali caratterizzati da una grandissima passionalità, anche vivida, che viceversa sfogano attraverso aspetti piuttosto tangibili della vita come sesso, urla, ferite e necessità di camminare, di andare avanti: per strada come nella vita. Questo fa di loro una sorta di simpatici disagiati. Più che Nietzsche e Kafka, di cui comunque sono ravvisabili dei tratti comuni, forse nell’ambito classico scomoderei piuttosto la figura degli inetti a vivere di Italo Svevo: un altro che, a proposito, amava gli pseudonimi dal momento che il vero nome era Ettore Schmitz.

A ogni capitolo del libro associ grandi nomi del cinema tra cui Pasolini e Sordi, mentre Elena Savini è ossessionata dal Batman interpretato da Christian Bale. Quali sono le differenze più sostanziali tra la cultura in generale e quella cinematografica in particolare di qualche decennio fa e quella attuale?

Complimenti per la bellissima domanda. Credo che il principale indiziato sia costituito dalla scrittura. Il cinema è uno sguardo che potremmo definire poetico sulla realtà o anche sulla non-realtà. Ciò che rende irresistibile questa “occhiata” è il modo in cui viene offerta. In tal senso due sono gli elementi imprescindibili: cosa guardare ed in che maniera raccontarlo. Premesso che nei decenni passati c’è stato “più da guardare” sia a livello culturale che umanistico (prima che una parte della globalizzazione ci appiattisse tutti quanti), c’è ancora da dire che anni fa la scrittura ricopriva un ruolo importantissimo nel mondo dei cineasti e delle produzioni cinematografiche. Un buon soggetto ed una buona sceneggiatura erano alla base di una pellicola di successo. Attualmente invece ho la netta sensazione che il ricorso ad attori di sicuro richiamo ed effetti speciali sempre più ricercati siano gli strumenti primari di cui un regista alla fine vada a servirsi. Sicuramente la forza dei dialoghi rimane sempre potente e, rispetto al passato, forse è anche andata migliorando in molti casi calati in altrettanto numerosi generi cinematografici. Tuttavia la struttura, l’impalcatura narrativa e l’intreccio vero e proprio hanno subito, a mio parere, un sensibile peggioramento. Esistono moltissime équipes di sceneggiatori per le serie televisive che, sempre più spesso, si dimostrano superiori ai cugini del grande schermo. Per il cinema infatti le scritture non brillano quasi mai per originalità ed intensità, nemmeno quando si parla di trasposizioni da un libro ad un film. Ecco perché da qualche tempo, se ho apprezzato particolarmente una pellicola al cinema, ho preso la sana abitudine di andarmi a ricercare e quindi appuntare i nomi degli sceneggiatori per poi seguirli nelle loro successive attività per il grande schermo: è una delle migliori garanzie di qualità, a mio sommesso avviso.

Hai in progetto di scrivere altri libri?

Direi di sì, soprattutto ora che ho lasciato la scrittura su commissione a vantaggio della scrittura solamente ed unicamente per me. Sono stati in molti, sia tra i lettori che tra gli addetti ai lavori, a richiedermi un seguito del “pipistrello”, ma credo che opterò per una scelta moderatamente differente. Da qualche settimana mi sta balenando in mente un’idea diversa: realizzare una sorta di spin-off (come dicono quelli bravi) di “Non è tutta colpa del pipistrello”. Mi piacerebbe quindi prendere uno dei personaggi del mio romanzo (probabilmente non fra i tre protagonisti, ma ricercando tra le seconde e terze file) per poi costruire una nuova vicenda intorno. Per questa “estrapolazione” narrativa, tuttavia, dovrete aspettare ancora un po’. Attualmente bolle molto nella pentola del mio libro e sappiate che nei prossimi mesi potrete, auspicabilmente, gustare molte sorprese legate alle vicende di Eleonora Savini, Lorenzo Parrini e Donatella Rometti. I tre infatti sembrano orientati a “esondare” verso altre arti. A quanto pare i miei personaggi si stanno montando la testa e l’ambito letterario non gli basta più. Ormai stanno crescendo e incominciano ad andare soli con le proprie gambe. Vi prego e vi chiedo cortesemente di seguirli, io lo farò.

“Non è tutta colpa del pipistrello” di Fabien C. Droscor è edito da Robin Edizioni.

ph courtesy: press office

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Da AltaRoma a ITS 2016. Intervista a Ilaria Fiore

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Pugliese, nata in una famiglia di sarti e pellicciai, un’importante carriera accademica come studentessa alle spalle e un grande rispetto per l’arte e la cultura in generale. Queste sono le basi che hanno portato Ilaria Fiore a creare la propria idea di moda. Un concetto che va oltre il tempo, che si spinge oltre la riedizione di stili passati. Una nuova contemporaneità. Quest’ultima fa rima con intimità e umiltà, altri aspetti che contraddistinguono la designer, che il 16 luglio parteciperà con una collezione di accessori a ITS (Iternational Talent Support, ndr).

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Ilaria, la moda ha da sempre fatto parte della tua vita. Quali sono gli aspetti che ti hanno spinta a iniziare una carriera come stilista?

Della moda mi ha sempre affascinata la potenza comunicativa. Riuscire a tradurre storia, arte e cultura in un oggetto indossabile, il “tuo”, personale ed identificativo.

Nel 2016 sei stata decretata vincitrice assoluta di Talents 2016 durante AltaRoma. Quali ricordi hai di questa esperienza e quali sono i benefici che ne hai tratto?

É stata una delle esperienze più significative della mia vita. In questa occasione ho imparato a confrontarmi con professionisti del settore, con umiltà e fermezza nello stesso tempo.

Forse è presto parlare di un tuo vero e proprio stile, ma quali sono le fondamenta su cui costruisci le tue creazioni?

La prima fase di progettazione include l’analisi e l’approfondimento di concetti solitamente legati all’arte, il cinema e la fotografia. Successivamente mi piace disegnare ogni capo attraverso l’equilibrio di linee, forme e colori, rispettando un’estetica piuttosto minimalista. 

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Quali sono le difficoltà principali che stai riscontrando nell’emergere come stilista?

Essendo una giovane designer, mi trovo in una fase importantissima, quella dell’apprendimento. Durante le prime esperienze lavorative bisogna saper ascoltare, guardare ed eseguire le varie mansioni in maniera veloce, efficace e intelligente. La difficoltà sta nel saperlo fare meccanicamente e senza rinunciare alla propria personalità creativa.

Tra qualche settimana parteciperai con i tuoi accessori all’ evento di ITS, come sei stata selezionata e che cosa ti aspetti di ottenere a questo evento?

Subito dopo Talents ho inviato la candidatura del mio progetto “Magda” per la categoria accessories, nella quale sarò l’unica designer italiana selezionata come finalista. È un modo per entrare in contatto con diverse giovani menti creative provenienti da tutto il mondo. Inoltre, presentare il mio lavoro in un circuito internazionale, al giudizio di designer affermati, non sarà soltanto un onore e una sfida, ma una grande opportunità.

In bocca al lupo Ilaria!

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itsweb.org

ph courtesy (sfilata): Raffaele Soccio e Lorenzo Piacevoli

ph courtesy (accessori per ITS): Pietro Viti

Modella: Giulia Goretti De Flamini

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Fotografie come parole. Intervista a Giuseppe Gambino

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Usare la fotografia per raccontare le dicotomie di una cultura, di un popolo, di una radicalizzazione sociale. Molti maestri di questa nobile arte si sono messi in gioco e hanno testimoniato a noi storie incredibili.  Tra i giovani talenti che ne seguono con rispetto e umiltà le orme c’è Giuseppe (Peppe) Gambino che, dal 2005, ha trovato nella macchina fotografica il suo mezzo per esprimersi, per descrivere in immagini la sua Sicilia e le sue contraddizioni. Questo percorso l’ha portato nel 2015 a farsi conoscer al pubblico con il progetto Periferie.

Giuseppe, cosa ti ha spinto a scegliere la fotografia come mezzo per esprimerti?

Sin da piccolo sono sempre rimasto affascinato dalle fotografie di grandi artisti come Walker Evans e Henry Cartier Bresson. All’età di 14 anni ricevo in regalo la prima macchina fotografica, una Canon analogica. Da qui comincio per gioco la mia sperimentazione, la mia ricerca, ma solo in età adulta comprendo la potenza che hanno le  immagini e decido, essendo una persona schiva e riservata e non essendo bravo con le parole, di usarla come mezzo di espressione per raccontare la realtà in cui vivo.

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Le tue immagini sono in bianco e nero. Ci sono motivi particolari o, più semplicemente, prediligi questa tecnica?

La mia terra e la mia vita sono piene di colori, quindi per raccontare una storia, un’esperienza vissuta,  prediligo il bianco e nero; per dare forza alle immagini e lasciare memoria all’osservatore del messaggio che voglio trasmettere.

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Cosa cerchi quando stai per fotografare un momento?

Ogni mio scatto è un processo di ricerca, di osservazione. L’obiettivo è quello di allineare il cuore con l’occhio e con la mente. Entrare in contatto con i soggetti e con i luoghi e stabilire un rapporto che mi permette di catturare il momento che sto cercando.

Forse è per questo che hai focalizzato la tua ricerca sulla Sicilia realizzando anche il progetto Periferie. Com’è nato?

Al centro dei miei lavori c’è la mia terra la Sicilia ricca di bellezza, di colori, di odori e d’influenze culturali. Queste virtù sono però tormentate da un forte disordine sociale, dall’abbandono e dalla violenza. Da qui nasce il progetto “Periferie”, con particolare attenzione alla zona nord di Palermo chiamata ZEN (Zona Espansione Nord, ndr), dove racconto le storie che vivo attraverso le mie fotografie.

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Per il futuro, prevedi di espandere la tua fotografica anche in altri luoghi?

Ho alcuni luoghi in testa che mi piacerebbe vivere e raccontare: Napoli, Roma e altre città del Mediterraneo.

Ci sono altri progetti?

La nostra società è in continuo cambiamento, così come il nostro modo di essere e, di conseguenza, i rapporti sociali e interpersonali. Ho appena iniziato un viaggio, con tante fermate in zone di sosta. Racconterò le storie di chi si ferma per una notte o solo per un minuto.

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ph courtesy: Giuseppe Gambino

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Minimalismo sartoriale. Aroma 30 primavera/estate 2016

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Consapevolezza. Una parola rara oggi soprattutto quando si acquistano abiti e accessori. Viviamo in un modo dove persiste la concezione che non sei nessuno se non hai quel top o quel vestito. E allora l’industria, sopratutto quella low-cost, ti accontenta e fa di te il suo burattino.  C’è chi è conscio di tutto questo e, per fortuna, tra gli stilisti emergenti non sono pochi quelli che hanno scelto la strada dell’indipendenza. Sia commerciale che creativa. Michela Fasanella, fondatrice di aroma 30 è uno di questi.

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Da qualche anno il suo brand si sta radicalizzando sempre di più privilegiando la qualità e i dettagli rispetto alle forme. Lo dimostra la collezione estiva Summer Cuts: tagli essenziali, abiti scivolati in seta fluida e camicie in cotone dal taglio all’avanguardia ma discreto. La palette di colori è fredda, in antitesi con la passione con cui Fasanella realizza i suoi abiti.

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Il suo metodo è quello della ricerca di una comodità raffinata, senza tempo. Anzi oltre le epoche e le mode. Lo dimostra il suo servizio made-to-order: è l’unico modo con cui lei, fino a pochi mesi fa, vendeva le sue collezioni; motivo per il quale non sfila, come invece sono soliti fare la maggior parte dei designer che presentano le loro proposte sei mesi prima della vendita nei negozi. Questa scelta commerciale persiste, ma per chi volesse acquistare i modelli di campionario sia della stagione corrente sia delle precedenti è disponibile da qualche mese l’e-commerce.

La speranza è che aroma 30 mantenga la sua autarchia, il suo valore aggiunto. La sua libertà.

aroma30.it

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ph courtesy: aroma 30

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Moda. Il sogno reale di Bucobianco

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“Siamo fatti anche noi della materia di cui sono fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita”. Così scriveva Il Bardo molti secoli fa. Questo passaggio sintetizza alla perfezione il concetto, la storia dietro Bucobianco, marchio emergente milanese nato da un’idea – o forse un sogno, quello di una moda “non” moda – di Barbara Branciforti e Giacomo Nee. All’interno del loro laboratorio creano, distruggono e ascoltano le vibrazioni che compongono la loro storia creativa, facendole diventare abiti, borse e altri accessori che vendono nel loro spazio in via Sciesa 9.

Bucobianco_SS16_2Bucobianco è nato da poco, quali erano gli obiettivi che vi eravate prefissati? Li avete raggiunti?

Bucobianco ha festeggiato il 5 giugno un anno esatto dal lancio delle sue prime t-shirt. È nato tutto da un gioco e solo in un secondo momento questo si è sviluppato in qualcosa di più complesso. Oggi, l’obbiettivo più grande che abbiamo è riuscire a portare una parte della libertà che risiede nei sogni all’interno della vita reale. Si tratta di un viaggio lungo che sta già iniziando a contagiare molte persone.

Realizzare una collezione per la maggior parte unisex è il trend del momento. In cosa voi vi differenziate rispetto ai vostri omologhi? 

Per noi essere unisex è il risultato naturale del non mettere al centro della nostra idea il fattore “moda” ma di voler lanciare un messaggio che va oltre le tendenze e le forme. Il nostro è uno stile nel senso più ampio del termine.

Siete stati ospiti presso Annex in Rinascente a Milano con il progetto #bucobiancodreams. Come ha risposto il pubblico?

Il sogno è la realtà che la nostra parte più inconscia vive e, come in tutte le cose di cui non abbiamo il controllo, ci fa paura. Di conseguenza proprio per timore di un giudizio altrui, non siamo propensi a parlarne liberamente. Questo progetto ha l’obbiettivo di raccogliere e custodire le storie di ciascuno di noi. I sogni raccolti in questo periodo e il feedback del pubblico hanno ispirato la collezione per la prossima estate. Bucobianco è un progetto quindi che continua senza data di scadenza.

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Le vostre collezioni sono legate al sogno e alla dicotomia tra questo e la realtà. Personalmente, come vi rapportate a queste due categorie? 

La maggior parte dei sogni che facciamo, in realtà, sono a occhi aperti. Del sogno rubiamo l’energia creativa e la libertà; amiamo la sua mancanza di finalità. Queste caratteristiche hanno il potere di modificare completamente la realtà oggettiva, monotona e alienante, e di renderla ricca ed unica.

Quali sono i vostri progetti futuri?

Il Bucobianco che emette energia e materia sotto forma di situazioni e immagini oniriche non può limitarsi unicamente alla moda, ma si nutre di numerosi strumenti, come la scrittura e il cinema; li faremo convergere presto e ci sarà da divertirsi.

bucobianco.com

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ph courtesy: press office

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Bijoux. Rosa Castelbarco introduce la sua Mineral Collection

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Sperimentare con intelligenza. Sapere aspettare il momento giusto e, sopratutto, stupire nel momento in cui si crea. Rosa Castelbarco fa esattamente così quando si tratta di realizzare una nuova collezione di gioielli, la sua. Quella nuova è organica, volutamente grezza: la Mineral Collection.

È passato qualche anno da quando la giovane designer milanese mostrava le sue prime creazioni: semplici, ma con già impresso il proprio modus operandi. E anche con questi pezzi inediti Castelbarco non ha voluto smentire la propria unicità, vera protagonista del brand insieme alla materia. Ogni minerale al suo stato primitivo è infatti montato a gioiello senza mai snaturare la sua forma naturale. Per caricare ancora di più il significato brado di questi bijoux sono stati utilizzati geometrici e sottili supporti in argento.

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I modelli che comprendono orecchini, bracciali, anelli e collane sono il Petra, Dada, Carina– dove vi è l’elemento sferico, motivo ricorrente nelle collezioni di Rosa Castelbarco –  il Corolla, Agata e Mini Agata; i minerali da cui sono stati concepiti sono il quarzo, la pirite, l’ematite e l’agata botswana. Quest’ultima famosa per le sue numerose sfaccettature.

Un’altra caratteristica di questa collezione è l’unicità di ogni singolo bijoux, dovuta proprio alle naturale eterogeneità delle materie prime con qui questo è stato realizzato. Sono due invece le costanti di Rosa Castelbarco e del suo eponimo brand: stupire, collezione dopo collezione, e mantenere allo stesso tempo il savoir faire dell’artigianato nostrano e l’eleganza tramandatale da sua nonna, estimatrice della materia.

rosacastelbarco.com

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ph courtesy: press office

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